PANNELLO 2

 
 
 
 
 
 


 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

LA SCIENCE FICTION MODERNA

Il primo romanzo di science fiction moderna è considerato il" Frankenstein" di Mary Shelley, del 1818, seguito dall'opera del francese Jules Verne (1828 - 1905) che comprende storie che si rifanno ad una generale fiducia nello sviluppo inarrestabile del progresso scientifico e nella possibilità di affrontare positivamente per suo tramite i problemi dell'umanità. Mentre George Wells (1866-1946) viene considerato più tecnico in quanto produce racconti che, attraverso immagini e situazioni generalmente negative ed inquietanti, mirano ad una critica del mondo contemporaneo. In concomitanza con la diffusione della cultura di massa, a partire dal 1926 negli Stati Uniti la fantascienza divenne un genere narrativo di consumo, sulla spinta di un enorme numero di giornali e collane, le quali determinarono la diffusione delle cosiddette space operas. Si trattò di epopee spaziali, ricalcanti i modi del racconto western che contribuirono ad affermare i caratteri tipici del genere e a formare un pubblico consolidato di lettori. L'iniziale bassa produzione si elevò alla fine degli anni '30, sia sul piano della correttezza e della attendibilità scientifica delle vicende narrate che su quello della qualità letteraria degli scritti, grazie alla severa selezione operata da riviste specializzate e all'interesse per il genere di veri e propri scienziati, come Ray Bradbury ed Isaac Asimov. Anche i contenuti e le problematiche della narrativa fantascientifica cambiarono e la semplicistica fede nella scienza e nella tecnica si trasformò in una diffusa sfiducia nel futuro, accentuata dai tragici eventi della prima metà del secolo (guerre mondiali, regimi totalitari, uso di armi nucleari), mentre in molti casi il carattere di anticipazione, caratteristico del genere fantascientifico, venne utilizzato, allo scopo di costruire utopie negative, da scrittori che temevano possibili peggioramenti della società, dovuti allo sviluppo incontrollato del progresso. Così l'inglese George Orwell (1903-1950) immagina nel suo capolavoro "1984" uno squallido e drammatico avvenire in cui tutto è artificiale e programmato dallo Stato Totalitario. A questo filone appartengono le opere degli scrittori statunitensi Bradbury e Sheckley che narrano il sopravvento delle macchine oppure l'accettazione gratuita della violenza, organizzata con regolamenti e rituali. In altri casi si è posta l'attenzione sulle catastrofi a cui potrebbe andare incontro l'umanità in un prossimo futuro segnato dalla degenerazione ambientale e dalle distruzioni delle guerre.