CONSIDERAZIONI DI RITORNO

DALLA VISITA AI CAMPI DI

AUSCHWITZ E BIRKENAU

 

 

 

IL DOVERE DI RACCONTARE

 

Dunque raccontare  quei due viaggi “ORRIBILI” ad Auschwitz – Birkenau non sarà facile perché entrando in quel campo di concentramento è stato come morire, come se in un certo senso vivessi anche io in quel periodo storico…

Io penso che i campi di concentramento come quelli di Auschwitz –Birkenau siano stati la cosa più brutta che un uomo potesse pensare e creare.

La cosa più orribile e la cosa che più non posso sopportare è che la gente, ad esempio le SS, uccidevano le persone come se fossero cose, esseri inanimati, giocattoli. Le sfruttavano e le uccidevano in modi orribili: venivano messe nelle camere a gas e uccisi, o venivano lasciate morire di fame o freddo o per le fatiche del lavoro.

Ho provato e provo un grande senso di sofferenza e di compassione per tutti quelli che sono finiti ad Auschwitz e hanno subito cose orribili, terribili.

Quando sentivo parlare uno dei testimoni, Piero Terracina, ho provato un senso enorme di rabbia per le cose che erano successe, per quando li gasavano nelle camere a gas, nelle finte docce, nel campo….

Mi dispiace per gli uomini, le donne, i bambini, innocenti, che sono morti in quelle condizioni per colpa di altri uomini.

Noi abbiamo una casa calda, la cena pronta, abbiamo tutto quello che ci serve e spesso non pensiamo agli altri che hanno bisogno di tutto, invece ci dobbiamo pensare !!!

Comunque, le cose che mi hanno più colpito e che non scorderò mai sono: le baracche di Birkenau, il Museo di Auschwitz con esposte le scarpe, le valigie, i capelli, i vestitini dei bambini, e i busti, gli occhiali, i barattoli..tutto quello che i nazisti hanno tolto ai prigionieri… e poi il Blocco 10, dove si sono fatti gli esperimenti sulle persone e soprattutto il cancello di ingresso con la scritta “Arbeit macht frei” “Il lavoro rende liberi” !!!

 

Luciana Barbaliscia

 


 

Auschwitz - Birkenau

“Visti con i miei occhi”

 

Sveglia ore 7.00 -mercoledì 8 ottobre 2003.

Questo è il nostro secondo giorno qui a Cracovia, una cittadina di circa 800mila abitanti,che si trova a sud della Polonia.

Siamo qui per ricordarci del 60° anniversario del 16 ottobre, quando furono deportati oltre 2000 ebrei dal ghetto romano.

Questo viaggio è stato organizzato dal comune di Roma, insieme con l’associazione ex deportati; con noi ci sono il sindaco Veltroni, l’assessore Coscia,il prof. Pezzetti (storico,esperto della deportazione degli ebrei) e alcuni sopravvissuti ai campi di concentramento,Shlomo Venezia, Mario Limentani (deportato nel campo di Mauthausen.) Giuseppe Di Porto.

Sono le ore 9.15 e ci stiamo dirigendo verso Auschwitz, il campo di concentramento da cui sono riusciti a fuggire e quindi sono sopravvissuti solo 15 dei tanti deportati dal ghetto di Roma, tra cui una sola donna.

Devo ammettere di essere molto agitata,ma nello stesso tempo ” non vedo l’ora “ di arrivare, perché voglio vedere con i miei occhi, voglio sentire con le mie orecchie ciò che delle persone, se così si possono definire, hanno fatto al popolo ebreo.

In questo momento stiamo attraversando la cittadina di Oswiecim, il nome polacco di Auschwitz; il campo  si trova fuori città e la sensazione che provo man mano che ci avviciniamo è di paura : “forse di sapere”.

Lo so, può essere contraddittorio rispetto a ciò che ho scritto prima, ma è una sensazione che non so spiegare ; penso che per capirla ognuno di noi debba provarla.

Sono le ore 9.41 ha iniziato a piovere, il paesaggio è sempre più triste e abbiamo appena attraversato la Vistola il fiume che percorre tutta la Polonia. Stiamo discutendo con il nostro professore sulle sensazioni e sulle emozioni che ognuno di noi prova in questo momento e siamo giunti ad  una conclusione comune:”nono sappiamo spiegarle,sappiamo solo che sono molto intense”.

Arrivati nei pressi della stazione su cui passavano i treni merci che portavano gli ebrei nel campo di Auschwitz-Birkenau,è impressionante vedere la sua estensione.

“Ecco, siamo arrivati, e mi è salita un ansia spaventosa; sarà una giornata piena di intense emozioni, e sicuramente oggi verrò a conoscenza di una realtà che fino ad ora ho vissuto tramite libri scolastici, televisione, giornali,ecc….”

 

Sono trascorsi due lunghi giorni dalla visita ai campi, e solo ora a mente fredda posso finire di raccontare la mia esperienza.

La prima cosa che mi viene da dire, anche se stupida, è l’impressione di irrealtà che ho avuto vedendo i campi di concentramento e di sterminio di Auschwitz - Birkenau.

Mi sembrava di essere in un posto “irreale” come  “un set cinematografico”, tutto sembrava una “ finzione”. Era talmente assurdo da non sembrare possibile.

Le testimonianze dei sopravvissuti sono state terribili; le crudeltà, l’umiliazione, il dolore provato, la cancellazione della propria identità…..

Il loro racconto mi ha suscitato molte emozioni; da quello di Piero Terracina , a quello raccapricciante di Shlomo Venezia.

Piero ci ha parlato sulla Judenrampe, della separazione dalla sua famiglia appena arrivato nel campo. La famiglia è stata sterminata tutta all’arrivo, probabilmente perché ritenuti deboli o malati oppure perché anziani o per il semplice gusto di separare una famiglia e vederla soffrire;come accadeva spesso. L’”hobby” preferito dai nazisti, infatti, era di uccidere l’uomo ebreo.

Le testimonianze degli altri sopravvissuti sono state altrettanto toccanti.

Shlomo ci ha raccontato in cosa consisteva il suo lavoro nel campo.

Lui era addetto a svuotare le camere a gas  dai corpi straziati dei gasati;un episodio, in particolare, mi ha colpito molto: un giorno mentre svuotavano una camera a gas hanno trovato un neonato vivo, attaccato al seno della madre, purtroppo però, il suo destino era segnato, appena l’hanno portato fuori una S.S. ha preso una pistola e gli ha sparato.

Non dimenticherò mai gli occhi lucidi di Shlomo mentre lo raccontava.

Ho pianto molto pensando a quella scena e a tante altre.

Devo ammettere di ammirare molto queste persone, che hanno il coraggio di ricordare e di ritornare in quei posti dove hanno perso tutto. La forza che li spinge a fare questo è proprio la voglia di non dimenticare e di permettere a noi di sapere.Voglio ringraziarli per avermi dato questa possibilità; questa esperienza mi accompagnerà per tutta la vita e nel mio piccolo farò in modo che nessuno dimentichi.

 

                                                                            Loredana Caviglia


 

L’IMPOSSIBILE

 

 

Mi rendo conto di essere stato veramente fortunato ad aver fatto questo viaggio.

Si scherza, si ride, si gioca quando l’aereo atterra sulla pista dell’aeroporto di Cracovia, si parla delle cose più effimere e leggere…leggere come il primo giorno trascorso per le strade di una bella città, cogliendone il ritmo, le abitudini, i simboli (pioggia compresa). Ma quando si esce dalla sinagoga ci si accorge quanto sono diverse le interpretazioni, le etnie della memoria. E’ logico e bello che sia così. Siamo uomini che pensano, giudicano, criticano, interpretano, prima di considerare tutte quelle magnifiche facoltà che possediamo.

Ognuno di noi ragazzi avrà vissuto questa esperienza in maniera diversa. Ma tutti abbiamo visto con l’occhio l’impossibile, l’abbiamo toccato con mano, l’abbiamo respirato, l’abbiamo percorso camminando sulle molli traversine di legno madido d’acqua dei binari che costeggiano la “Judenrampe” a Birkenau, l’abbiamo sentito attraverso la voce tremante di Piero, attraverso quella decisa di Shlomo, attraverso quella simpatica e familiare di Mario e Giuseppe, ma anche attraverso quella singhiozzante e interrotta dal pianto di chi ci stava vicino mentre assistevamo alle testimonianze.

Mi sono sentito schiacciare dal peso dei capelli, entrando in quella sala, sono dovuto uscire, ho pianto bagnando l’oculare della mia macchina fotografica.

Ho pianto bagnando lo spioncino della porta di una delle tante celle nei sotterranei, ho pianto bagnando un fango che è stato già bagnato da troppe lacrime e da troppo sangue.

Mi sono sentito circondato dalle urla strazianti dei gasati mentre ascoltavo  Shlomo guardando solo tante macerie.

Ho sentito i peli rizzarsi avvicinandomi al filo spinato, avevo la nausea dentro la piccola camera a gas di Auschwitz I.

Ho pianto dentro di me, e piango ora mentre scrivo queste memorie, e mi chiedo come possano i testimoni parlare delle loro memorie con la loro vitalità e la loro speciale capacità di non abbandonarsi mentre raccontano ciò che hanno vissuto.

Io, che questa tragedia l’ho vista sfilare lontano nel mio specchietto retrovisore, e per fortuna mi ha sfiorato solo perché correvo tanto veloce, ho avuto paura a guardarla negli occhi.

Non posso giudicare lo sterminio, è impossibile giudicare l’impossibile, l’importante è non abbandonarsi all’indifferenza.

 

 

Simone Empler


 

 

UN “PRIVILEGIO” INDIMENTICABILE

 

 

…Da poche ore eravamo arrivati in questa terra nuova, nella piccola e deliziosa cittadina di Cracovia e io…io continuavo a sentirmi inquieta…consapevole e grata per l’opportunità ricevuta di questo viaggio, di questo viaggio all’indietro verso una storia non troppo lontana, ma ugualmente inquieta.

“Non so se sono pronta, non so se riuscirò a comprendere” – queste le poche parole che come un ritornello rivenivano di continuo nella mia mente, “Ma voglio! Voglio comprendere! E’ un mio dovere, un debito che sento verso l’umanità!” Voglio sentire, leggere, conoscere ancora e ancora per capire, cercare di capire, ed essere pronta!

Ma come posso io capire? Quando ieri sera ero seduta in un luogo accogliente, tra visi amici, a consumare la mia abbondante cena, quando questa notte ho riposato il mio corpo stanco solo di essere stato seduto per parecchie ore, o quando il mio corpo si è potuto rigenerare con una  calda doccia e profumare con del sapone o addirittura quando ho potuto sentire tra le mie dita il tocco dei capelli asciutti e sani !?

E’ questa l’inquietudine che mi attraversava le pochissime ore  prima del nostro arrivo ad Auschwitz…

So che dovrei trovare la forza di raccontare. Qualcuno mi ha chiesto le mie opinioni, le mie emozioni di oggi. E poi perché dico “trovare la forza”, è una parola troppo grossa, io in realtà non ho vissuto niente di quello che è stato. Ho avuto solo il “privilegio” di essere lì, come una spettatrice  ad ascoltare i racconti, la tragedia delle vere vittime. Una spettatrice che può anche solo guardare da lontano, voltandosi, che ha potuto immortalare tutto con un flash in delle immagini che, quando vuole, può tirare fuori come da un cassetto, ma che spesso può rimanere chiuso per troppo tempo. E’ tremendo!

Ammiro e rispetto questi uomini che oggi sono stati qui di fronte a noi, nostri nonni, che come in una notte d’inverno, davanti al caminetto caldo e sicuro della nostra realtà, ci raccontano di una terribile bufera, una fredda e lunga bufera di neve che ha spazzato via e congelato via la vita di migliaia, milioni di esseri umani.

Ma per quanto il paragone possa sembrare calzante e tremendo al tempo stesso, quel che è accaduto non è stato un disastro inevitabile.  

E’ stata la pura, chiara, sistematica razionalizzazione di un sistema paradossalmente legale, scandito da leggi e ordini provenienti da alcune delle più “elevate” menti umane, nel centro della civiltà europea, la cui opera, la cui impronta rimarranno per sempre, e dico per sempre, impresse, che lo si voglia o meno, nei luoghi e nella storia, nella vita di ogni uomo.

Auschwitz, Birkenau e lo sterminio sistematico operato nei campi di concentramento, opera dell’uomo, è stata l’impronta più amara, la passione più sofferta di Gesù, per la morte e il dolore dati ad ogni sua singola creatura in quei luoghi, a causa della giusta e terribile “dote” che Dio ha dato ai suoi figli: il libero arbitrio.

 

Martina Fedeli

 


 

AD AUSCHWITZ ANCHE LE FOGLIE PARLANO

 

Ho visto cose che forse pochi hanno la fortuna di vedere, ma soprattutto ho avuto la fortuna di andare a visitare il campo di AUSCHWITZ e BIRKENAU con gli ex deportati che ci raccontavano le loro esperienze, i loro stati d’animo, le loro emozioni.

Uno dei deportati che mi ha fatto commuovere è stato Piero Terracina perché ha raccontato la vicenda della separazione dalla famiglia come se tutto stesse accadendo in quell’istante.

Capisco o quanto meno provo a comprendere come sia difficile per chi è stato lì ,far comprendere ad altri ciò che si è provato e si continua a provare ogni qual volta si rientra in quel campo.

E’ stata una sensazione davvero strana. Per quanto i testimoni fossero bravi a non riemozionarsi nel raccontare, il loro racconto ha comunque suscitato in me un sentimento TRISTE, ma da cui non potevo e non dovevo fuggire, ma a cui anzi dovevo prestare la massima attenzione per poterlo vivere e trasmettere e raccontare a tutti,  prima di tutto alla famiglia e poi agli amici, parenti e a quante più persone si possa raccontare ciò che le mie orecchie hanno udito dopo aver varcato la soglia di tutti e due i campi.

E’ inutile dire che tutte le cose viste mi hanno colpito, ma una cosa in particolare mi torna spesso alla mente: una teca grandissima piena di capelli intrecciati, ma anche le tantissime valigie con il nome del proprietario scritto in bianco, gli infiniti paia di occhiali ammassati, i vestitini piccolissimi dei bambini che ho visto purtroppo solo di sfuggita, le gamelle dove veniva messa quella che gli ex deportati chiamavano “brodaglia” e tante altre cose.

Comunque tutto è stato interessante, anche le cose più tristi, tutto è stato importante da vedere, anche l’immenso campo costeggiato dal filo spinato ancora perfettamente conservato, dove si possono ancora vedere anche gli “interruttori” della corrente dove erano collegati i fili dell’alta tensione.

Penso che quest’esperienza bisogna farla almeno una volta nella vita, guardando i minimi particolari e ascoltando tutto ciò che è possibile: anche il fruscio delle foglie ad Auschwitz è importante.

Riprendo le parole di un giornalista:”E’ importante ascoltare il fruscio delle foglie che interrompono il silenzio come se volessero parlare anche loro”.

Ebbene questo è stato, e questo sarà ogni qual volta io ripercorrerò anche solo con la mente il ricordo del viaggio dal 7 al 9 ottobre 2003!

 

                                                                       Monica Scaffidi Salvo                   

 


 

 

UNA VISITA CHE CAMBIA LA VITA

 

E’ difficile spiegare o anche solo capire come mai sia potuto accadere un evento simile, ed è inconcepibile come sia stato creato un luogo simile ad Auschwitz- Birkenau, un campo studiato e creato nei minimi dettagli solo per la cruda uccisione di massa.

È incredibile come l’odio razziale, che sembrava gradualmente archiviato per lunghi secoli nei Paesi europei e che invece ha avuto la sua più perversa manifestazione con la Seconda Guerra Mondiale, abbia potuto portare l’umanità a fare una cosa come la Shoah.

Arrivando davanti al Campo mi sembrava tutto così irreale, come se vivessi in una specie di documentario, ma nonostante la mancanza di buona parte del campo in seguito alla distruzione sia da parte delle SS che dal tempo, Auschwitz – Birkenau rende ancora l’idea della grandezza spaventosa di quella macchina di uccisione di massa che trasformava gli esseri umani in “numeri” meno che animali, togliendo loro ogni diritto alla dignità e alla sopravvivenza.

Attraverso le testimonianze dei pochi sopravvissuti che ci hanno accompagnato, ho potuto “vagamente” immaginarmi come i deportati si sentirono all’interno del campo, come la confusione, la sofferenza e la paura ridussero la vita in quei campi  ad un sottilissimo filo, molto fragile, senza neppure la sicurezza di poter resistere fino al giorno successivo.

Questa esperienza indimenticabile credo cambi la tua vita, insegnandoti che cosa l’odio per il prossimo può “sprigionare”.

 

                                                                                      Sorin Voicu